Alina Bronsky: due libri, due personaggi formidabili

Avete mai letto Alina Bronksy?
No? Beh, secondo me dovreste rimediare.

Io ho letto Barbara non sta morendo e La treccia della nonna e li ho trovati entrambi esilaranti. Il che, considerato che si parla di vecchiaia, malattia, paura di perdere qualcuno, famiglie ingombranti e amore detto malissimo, è già un discreto risultato.
Ma soprattutto ci sono loro: il signor Schmidt e Margo.
FORMIDABILI. Unici. Irripetibili. Due personaggi che occupano la pagina con una prepotenza tale che dopo un po’ hai quasi l’impressione di conoscerli. E forse preferiresti di no, perché averceli in famiglia dev’essere un’esperienza di un certo impegno.
Bronsky non ha nemmeno bisogno di raccontarteli più di tanto: li fa parlare. Una battuta, un ragionamento, una convinzione assolutamente incrollabile e eccoli lì.
I dialoghi sono meravigliosi. Ma il punto di vista forse ancora di più, perché per tutto il tempo siamo ostaggi della loro personalissima interpretazione del mondo.
E funziona talmente bene che ridi anche quando la materia prima, a volerla guardare con un minimo di serietà, non sarebbe esattamente da sganasciarsi.
Avete presente quando si dice “fa ridere, ma fa anche riflettere”? Ecco. Mi duole comunicarvi che questo scempio di frase fatta, ogni tanto, ha ragione.
Stessa cosa per la famigerata “scrittura dolceamara”: in questo caso tocca tirarla fuori.
Mi rincresce, avrei voluto dirlo meglio, ma la situazione è questa
Quindi sì: grazie Alina Bronsky per il signor Schmidt e Margo.
Ma grazie anche a Scilla Forti per aver dato loro una voce italiana e a Keller per averli portati qui.

«Quando un venerdì mattina il signor Schmidt si svegliò e non sentì il profumo del caffè, per prima cosa pensò che Barbara fosse morta nel sonno.»
Non esiste al mondo che Barbara non abbia portato il caffè a suo marito. Non è previsto. Non rientra proprio nell’ordine naturale delle cose. Quindi, se il caffè non c’è, la spiegazione è una e pure piuttosto evidente: Barbara dev’essere morta.
Ed è così che inizia Barbara non sta morendo, con il signor Schmidt che davanti all’ipotesi di prepararsi il caffè da solo prende in considerazione prima il decesso della moglie.
Per una vita è stato accudito da Barbara. Casa, cucina, marito: tutto affar suo. Poi Barbara osa ammalarsi e il signor Schmidt, burbero, maschilista e dotato di un’autonomia domestica da rivedere, si ritrova dall’altra parte. Adesso deve occuparsi lui di lei.
Io ho riso. Tanto. Perché ci sono scene di una tenerezza disarmante e poi, due righe dopo, vorresti prendere il Signor Schmidt per il bavero della camicia non stirata (d’altronde, Barbara non l’ha fatto) e dirgli: Walter, per l’amor del cielo.
Ma poi il signor Schmidt comincia a cambiare. La corazza si crepa piano piano, entrano le premure, le piccole tenerezze, la paura di perdere Barbara. Il tutto, sia chiaro, senza esagerare. Non è che da un momento all’altro diventa un uomo emotivamente risolto, ci mancherebbe. Rimane il signor Schmidt.
Ed è questo che rende il libro così divertente: siamo sempre dentro il suo punto di vista. Il signor Schmidt ha delle idee molto precise su come dovrebbe funzionare il mondo e il mondo, con una certa maleducazione, continua a non collaborare.
Barbara compresa, che dopo una vita passata a occuparsi di tutto ha pure avuto la sfacciataggine di ammalarsi senza dare un preavviso.

Poi c’è La treccia della nonna. E soprattutto c’è Margo.
Margo è una nonna russa emigrata in Germania con il marito e il nipote Max ed è una di quelle persone benedette da una certezza che a noi comuni mortali evidentemente è stata negata: lei sa.
Sa come si cresce un bambino, cosa gli fa male, cosa gli farà male tra sei mesi, quali pericoli lo attendono dietro l’angolo e, soprattutto, sa che tutti gli altri non hanno capito un accidente.
Max, secondo lei, è gracile, malaticcio e costantemente a un passo dalla sciagura. Va quindi protetto da tutto. Malattie, estranei, cattive influenze, correnti d’aria, esistenza in generale.
Margo è autoritaria, catastrofista, invadente, offensiva con una naturalezza quasi ammirevole e dotata di quella solidissima fiducia nelle proprie opinioni che rende l’evidenza dei fatti poco più di un fastidioso dettaglio.
Del resto:
«Aveva ragione anche quando sbagliava.»
E Margo fa ridere da morire.
Anche qui Bronsky costruisce un personaggio enorme, tutto d’un pezzo, a tratti insopportabile e impossibile da dimenticare.
Poi, tra una sentenza e una catastrofe annunciata, comincia a fare capolino qualcos’altro: la paura, la fragilità, il terrore di perdere le persone che ama.
E, come il signor Schmidt, anche Margo a un certo punto qualche crepa la mostra. Ci fa vedere cosa c’è sotto, ci sorprende, si sposta perfino di qualche millimetro dalle sue granitiche convinzioni. Ma con calma, eh. Ragionevoli sì, ma non troppo.
La conosci, la detesti un pochino, ti affezioni parecchio e alla fine hai la sensazione che potrebbe comparirti in cucina da un momento all’altro per comunicarti che stai sbagliando tutto.
E, naturalmente, avrebbe ragione lei.



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