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Seni e uova: chi decide cosa è giusto per il corpo di una donna?

Immagine del redattore: Elisa Lucchesi
Elisa Lucchesi
11 minuti fa
Tempo di lettura: 5 min

Pastel book cover of Mieko Kawakami’s Seni e uova beside color swatches, rulers, and a green plant on a bright desk.
Seni e uova, Mieko Kawakami - Edizioni E/O, tradotto da Gianluca Coci - 615 pp.

Se devo essere onesta, all'inizio Seni e uova mi aveva preso il giusto.

Dialoghi infiniti e verbosi, una trama che sembrava non proseguire, pagine e pagine in cui aspettavo che succedesse qualcosa.

Soprattutto nella prima parte, molto incentrata sulla sorella della protagonista e sulla sua ossessione per il seno e per la chirurgia estetica, ho fatto fatica a capire dove Mieko Kawakami volesse portarmi. Il rapporto con il proprio corpo, gli standard di bellezza, il desiderio di modificarlo, lo sguardo degli altri: per molte pagine ho avuto la sensazione che il romanzo continuasse a girare intorno agli stessi pensieri.


La seconda parte, invece, mi ha coinvolta molto di più.

A tenere insieme il romanzo sono soprattutto le conversazioni. Le riflessioni, le domande, persino certe posizioni che irritano, che viene voglia di contraddire. Si continua a leggere per vedere fin dove si spingeranno.

Kawakami non cerca una risposta che metta tutti d’accordo. Mette sul tavolo questioni e lascia che siano i suoi personaggi a discuterle, a contraddirsi, a prendere strade diverse.


Al centro c'è innanzitutto il corpo delle donne. Un corpo sul quale tutti sembrano sentirsi autorizzati a esprimere un'opinione.

Se una donna vuole rifarsi il seno, qualcuno deve dirle perché non dovrebbe farlo.

Se vuole un figlio, bisogna interrogarsi sulle ragioni per cui lo vuole.

Se non lo vuole, la sua scelta diventa ugualmente materia di discussione.

Se vuole diventare madre senza avere un uomo accanto, ecco comparire un'altra serie di giudizi. Se ricorre alla fecondazione assistita, entrano in gioco la natura, Dio, la morale, ciò che sarebbe o non sarebbe «normale».

Il corpo è suo, ma la voce della donna sembra essere sempre una delle tante. E spesso nemmeno la più importante.


Tutti hanno qualcosa da dire. Tutti hanno un consiglio da dare, un confine da tracciare, una definizione di ciò che una donna dovrebbe desiderare.


Uno dei grandi interrogativi riguarda la maternità: il desiderio di avere un figlio deve necessariamente coincidere con il desiderio di costruire una famiglia con qualcuno?

Se una donna desidera diventare madre, ma non ama nessuno e non incontra una persona con cui voglia avere un figlio, perché dovrebbe rinunciare a quel desiderio? La maternità appartiene necessariamente alla coppia oppure può essere un desiderio individuale?


Da qui il passo verso l'inseminazione artificiale è inevitabile.

La possibilità tecnica di fare qualcosa è sufficiente a renderla anche moralmente accettabile?

Che cosa significa, in questo contesto, appellarsi alla «natura»?

Naturale significa necessariamente giusto? E soprattutto: chi stabilisce dove si trovi il confine?


Ancora una volta, non c'è una posizione semplice da abbracciare: il desiderio di una donna di diventare madre si incontra con quello di una persona, ormai adulta, di sapere da chi è nata.


Ma Kawakami va ancora oltre, fino a mettere in discussione qualcosa che siamo abituati a considerare quasi intoccabile: il desiderio stesso di avere figli.

Perché vogliamo un figlio?

Per amore?

Per istinto?

Per il desiderio di prenderci cura di qualcuno?

Per lasciare qualcosa di noi?

Per non essere soli?

Perché immaginiamo una certa idea di famiglia?

Perché «a una certa età» è quello che si fa?


Voglio un bambino. Voglio incontrare mio figlio. Voglio crescerlo. Voglio sperimentare la maternità.

Ma se tutto parte da ciò che io voglio, allora avere un figlio può essere considerato un gesto altruista?

È probabilmente una delle provocazioni che mi sono rimaste più impresse. Perché il romanzo arriva a formulare una domanda ancora più scomoda: con quale diritto decidiamo di mettere al mondo qualcuno che non ha mai chiesto di esistere?

Siamo abituati a partire dall'idea opposta. La vita è un dono. Nascere è una fortuna. Essere vivi, nonostante il dolore, la perdita e la sofferenza, è comunque preferibile al non essere mai esistiti. È una convinzione talmente radicata che raramente sentiamo il bisogno di metterla in discussione.


Perché consideriamo automaticamente la nascita un bene? 

Perché continuiamo a mettere al mondo altre vite senza porci troppe domande?

E se sappiamo che una nuova vita conoscerà inevitabilmente anche dolore e sofferenza, fino a che punto la nostra decisione riguarda lei e fino a che punto riguarda noi?


C'è poi un altro paradosso interessante: mettiamo al mondo un figlio e da quel momento cerchiamo in ogni modo possibile di proteggerlo dalla sofferenza.

Ma la sofferenza è inseparabile dall'esistenza. Voler dare la vita e voler contemporaneamente risparmiare a quella vita ogni dolore diventa quindi una contraddizione impossibile da risolvere.

E no, non sono necessariamente d'accordo con tutte le posizioni espresse nel romanzo. Ma forse è proprio questo il punto.


Seni e uova funziona quando ti fa venire voglia di rispondere ai suoi personaggi. Quando leggi una frase e pensi no, aspetta, non è così. Oppure quando una posizione che inizialmente ti sembrava assurda ti costringe, qualche pagina dopo, a chiederti perché tu sia così sicura del contrario.


Anche il rapporto tra maternità e realizzazione personale viene continuamente messo sotto pressione. A una donna viene detto, in sostanza, che è «troppo speciale» per fare figli: è nata per scrivere, per lavorare, per creare. La famiglia sarebbe qualcosa di ordinario, quasi una distrazione dal talento. Ed ecco un altro falso bivio estremamente familiare: carriera o maternità?

Come se per una donna le due cose dovessero necessariamente escludersi. Come se diventare madre significasse rinunciare a una parte di sé, mentre non diventarlo significasse aver scelto la propria realizzazione.


E dall'altra parte ci sono donne per cui persino andarsene è un privilegio.

Quando una donna vorrebbe divorziare ma non ha un lavoro stabile, una carriera, competenze spendibili o abbastanza denaro per mantenere sé stessa e sua figlia, la libertà teorica di lasciare un matrimonio si scontra con una realtà molto più brutale: quanto costa essere libere? Possiamo davvero parlare di scelta quando una delle alternative non è economicamente praticabile?


È forse questo il filo che, a posteriori, tiene insieme molte delle riflessioni apparentemente sparse del romanzo: la possibilità di scegliere.

Scegliere che rapporto avere con il proprio corpo. Scegliere se modificarlo. Scegliere se sposarsi o divorziare. Scegliere se diventare madri. Scegliere come diventarlo. Scegliere di non esserlo. Scegliere una carriera senza che questo debba automaticamente escludere una famiglia.

E soprattutto poter compiere queste scelte senza che il mondo intero si senta autorizzato a spiegarti cosa dovresti fare.


Alla fine, quindi, Seni e uova non è diventato improvvisamente un libro che ho amato senza riserve. Continuo a pensare che sia dispersivo, che alcuni dialoghi siano estenuanti e che soprattutto la prima parte avrebbe potuto conquistarmi molto di più.

Eppure la seconda parte ha cambiato parecchio il mio giudizio.

Perché, una volta chiuso il libro, le domande sono rimaste.


E forse è proprio questo il suo punto di forza: costringerci a mettere in discussione idee che spesso diamo per scontate, sulla maternità, sul corpo, sulla libertà, su ciò che definiamo naturale, giusto o egoista, senza indicarci da che parte stare.

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