Consegno pacchi a Pechino di Hu Anyan: il lavoro che ti cambia
- Elisa Lucchesi

- 2 giorni fa
- Tempo di lettura: 8 min

Ho vissuto a Pechino dal 2016 al 2020. Anni duri, ma bellissimi: amicizie che mi porto ancora dietro e parecchi patemi d’animo.
Pechino non è facile, e la Cina nemmeno.
L’etica del lavoro è diversa dalla nostra, così come lo è il modo di intendere i diritti.
Io, in realtà, vivevo una condizione privilegiata da expat. Avevo una vita relativamente semplice e, nel mio piccolo, cercavo di trattare tutti con rispetto, anche i corrieri che ne rimanevano sorpresi.
Questo libro si potrebbe contestualizzare in molti modi: parlando di diritto del lavoro, di sistemi culturali lontani dal nostro, di cosa significhi davvero “diritti” in contesti diversi.
Ma la cosa più interessante è un’altra: le riflessioni sul lavoro che emergono sono molto meno lontane da noi di quanto vorremmo pensare.
Perché, a conti fatti, il lavoro migliore che ho fatto è stato proprio a Pechino.
I tre peggiori? Tutti a Trieste.
Il culto del “vivere per lavorare”, gli straordinari dati per scontati, l’idea che devi dimostrare costantemente quanto ci tieni.
Capi incompetenti, presuntuosi. Contratti inesistenti, orari improponibili.
A un certo punto viene da chiedersi se, davvero, sarebbe stato peggio consegnare pacchi a Pechino.
Ma parliamo del libro.
Consegno pacchi a Pechino di Hu Anyan è uno di quei libri che sembrano partire da una realtà molto precisa, una città, un mestiere, una certa organizzazione sociale del lavoro, e poi, pagina dopo pagina, finiscono per allargarsi fino a toccare qualcosa di molto più universale.
Io l’ho letto così: non solo come un libro sulla Cina, non solo come un libro sul lavoro precario, non solo come il racconto di una durezza materiale che da fuori potremmo essere tentati di considerare “altra” da noi, ma come un libro che costringe a guardare una verità scomoda.
E cioè che il lavoro non è mai soltanto il modo in cui ci manteniamo.
Il lavoro ci entra dentro. Modella il carattere. Cambia il modo in cui guardiamo gli altri. Sposta la soglia della pazienza. Corrode la gentilezza. A volte, addirittura, altera la nostra idea di chi siamo.
Hu Anyan parte da esperienze concrete, da episodi, da dinamiche osservate e vissute, e proprio per questo arriva molto più a fondo. Non ci dice genericamente che il lavoro sfrutta, che il capitalismo aliena, che le gerarchie deformano i rapporti umani. Ci mostra che cosa succede a una persona quando il lavoro diventa una pressione continua, un luogo di umiliazione quotidiana, di risentimento che si accumula, di rabbia che non trova sfogo.
“Mi ero accorto che la consapevolezza che avrei presto lasciato questo lavoro mi aveva reso più positivo. Anche le emozioni che provavo erano più piacevoli. Ero diventato una persona migliore di prima – perlomeno della persona che ero diventato nel lavoro precedente: più gentile, più sereno, più paziente con gli altri. Era la dimostrazione che odiavo questo lavoro, che anzi avevo odiato tutti i lavori che avevo fatto.”
Dice una cosa che sappiamo tutti, ma che raramente ammettiamo fino in fondo: ci sono lavori che ci peggiorano. Non semplicemente perché ci stancano, ma perché ci rendono più duri, più sospettosi, più irritabili, più ingiusti anche nel giudicare chi abbiamo davanti.
Non è una questione di professionalità, e nemmeno solo di fatica.
È che certe condizioni di lavoro si depositano nel corpo e nella mente fino a cambiare il modo in cui interpretiamo il mondo.
E allora magari cominci a credere che tutti siano egoisti, che tutti vogliano qualcosa da te, che tutti siano irragionevoli. Ma spesso non è il mondo a essere diventato più ostile: sei tu che stai vivendo dentro una struttura che ti ha insegnato a leggerlo così.
Ed è qui che il libro diventa molto più vicino a noi di quanto vorremmo.
Perché possiamo raccontarcela quanto vogliamo sul fatto che “qui” sia diverso, che certi livelli di sfruttamento appartengano ad altri contesti, ad altri sistemi, ad altre culture del lavoro.
Ma chiunque abbia avuto un impiego tossico sa perfettamente di cosa parla Hu Anyan.
Lo sa chi ha lavorato con capi incapaci che però esigevano obbedienza assoluta. Lo sa chi ha visto colleghi trasformarsi in piccoli sorveglianti pur di sopravvivere.
Lo sa chi ha imparato che essere disponibili, bravi, coscienziosi spesso non porta a essere valorizzati, ma solo caricati sempre di più.
“Ho avuto molti datori di lavoro e ho lasciato molti impieghi; l’esperienza a Shanghai è stata, in un certo senso, una ripetizione di ciò che ho vissuto altrove. Non ho saputo migliorarmi e mi sono trovato a ripercorrere sempre le stesse strade. Per via di alcuni aspetti del mio carattere, la maggior parte dei miei datori di lavoro inizialmente mi ha apprezzato molto, finendo però per sovraccaricarmi al punto da costringermi ad andarmene.”
Essere affidabili, accomodanti, pazienti, collaborativi, tutte qualità che in teoria dovrebbero rendere una persona apprezzata, nel lavoro diventano spesso i presupposti dello sfruttamento.
Se non poni limiti, qualcuno li poserà al posto tuo, e quasi mai a tuo favore.
Se non protesti, il tuo silenzio verrà letto come disponibilità. Se fai bene il tuo lavoro, te ne verrà dato altro. Fino al punto di rottura.
E il punto di rottura, in Consegno pacchi a Pechino, non è mai una formula astratta. È qualcosa di fisico:
“Quando ti prende, è come il rinculo incontrollabile di un cavo di ferro che si spezza dopo essere stato tirato, rilasciando tutta la pressione anteriore e colpendo a caso, e a quel punto sfoghi tutta la tua rabbia verso il mondo.”
La rabbia non arriva all’improvviso: si accumula. La tensione non è visibile finché qualcosa cede.
E quando cede, non colpisce necessariamente il punto giusto. Colpisce “a caso”.
Mi sembra una descrizione potentissima non solo della disperazione individuale, ma anche di un’intera ecologia del lavoro contemporaneo, in cui si sopporta, si ingoia, si sopravvive, e poi un giorno si esplode. Solo perché la pressione era diventata insostenibile.
Hu Anyan racconta anche la distorsione dei rapporti umani prodotta dal denaro e dalla performatività. Non in senso teorico, ma nel senso più banale e concreto del termine: quando tutto è mediato dal profitto, perfino una relazione brevissima tra due esseri umani cambia di segno.
“La pratica dimostrò che, se non badavo alla mia performatività, cioè se non calcolavo la ricaduta economica sul sottoscritto, quasi tutti i clienti erano molto gentili e riuscivano a regalarmi sorrisi sinceri. Questo prova che, se solo non esistessero interessi e guadagni, questo mondo potrebbe davvero trovare più armonia.”
L’idea che le persone, tolta la mediazione dell’interesse, sarebbero forse più gentili di quanto sembrano. Che tanta ostilità non nasca da una cattiveria intrinseca, ma dal fatto che siamo inseriti in meccanismi che ci costringono a valutarci continuamente in termini di utilità, efficienza, convenienza. E allora il cliente non è più una persona, il corriere non è più una persona, il collega non è più una persona: diventano funzioni. Un servizio, una prestazione, un ostacolo, un vantaggio, una perdita di tempo.
Ed è forse per questo che il libro mi sembra parlare non solo del lavoro, ma del modo in cui il lavoro invade tutta la nostra grammatica relazionale. Ci abitua a pensare in termini di scambio, resa, produttività. Persino quando siamo fuori dall’ufficio, o dal magazzino, o dal turno. Persino quando crediamo di essere semplicemente noi stessi.
“Il lavoro è ormai diventato l’etichetta più importante sull’identità di una persona.”
Questa frase è terribilmente vera. Quando incontriamo qualcuno dopo anni, cosa chiediamo? Che lavoro fai. Quando vogliamo collocare una persona nel mondo, da cosa partiamo? Dal lavoro. Quando vogliamo capire se “ce l’ha fatta”, se è diventata adulta, se è degna di rispetto, se la sua vita ha preso una forma leggibile, quasi sempre passiamo di lì. Il lavoro è diventato il riassunto della persona.
E se da un lato questo dice molto sulla centralità sociale del lavoro, dall’altro dice anche quanto poco spazio lasciamo a tutto il resto.
Hu Anyan su questo è durissimo, e fa bene a esserlo. Perché smonta l’ipocrisia che circonda il nostro modo di parlare del lavoro. L’idea che il lavoro debba per forza realizzarci, rappresentarci, definirci. L’idea che ci debba piacere. L’idea che debba essere la fonte primaria del senso della nostra esistenza. E invece no: per tantissime persone, il lavoro è prima di tutto sopravvivenza. E già dirlo sembra quasi una colpa.
“Lavorare esclusivamente per guadagnarsi da vivere è miserevole quanto stare in prigione.”
È una frase estrema, certo, ma ha il merito di strappare il velo di retorica che spesso stendiamo sopra il lavoro per renderlo più accettabile. Non credo che Hu Anyan stia dicendo che ogni lavoro sia prigione nello stesso modo. Credo stia dicendo che esiste qualcosa di miserevole nell’essere costretti a vendere la maggior parte del proprio tempo per poter semplicemente continuare a esistere, e ancora di più nel dover fingere che questo sia bello, nobile, pienamente scelto. E in questa osservazione, di nuovo, mi sembra difficilissimo non sentire un’eco che va ben oltre la Cina.
“Lo stesso accade quando inizi a lavorare in una nuova azienda: i tuoi superiori e colleghi, presto diventeranno una riedizione dei tuoi vecchi superiori e colleghi. Puoi prevedere come ti tratteranno, cosa accadrà, perché non sono altro che attori nella scena della tua vita.”
Non sta più parlando soltanto di sfruttamento o di ingiustizia lavorativa; sta parlando del modo in cui certi copioni si ripresentano. Di come i ruoli sociali finiscano per produrre somiglianze, per far tornare certe dinamiche, certi conflitti, certe gerarchie. E insieme ci mette davanti a un’altra questione scomodissima: quanto di quello che ci accade dipende dal mondo, e quanto invece dal nostro carattere, dal ruolo che assumiamo, dal modo in cui entriamo nelle relazioni.
“Si dice spesso che il carattere di una persona ne determina il destino. Forse, per una piccola epoca come la nostra, la parola ‘destino’ è troppo grande, ma quel che è certo è che il corso della vita di una persona subisce in una certa misura l’influenza del proprio carattere.”
C’è il sistema, ci sono le gerarchie, c’è la logica economica, c’è la violenza sottile del lavoro.
Ma poi ci siamo anche noi, con le nostre tendenze, le nostre debolezze, la nostra incapacità di trasformarci, di proteggerci, di tagliare, di reagire. E questo rende il libro molto umano.
E poi c’è l’odio. O meglio: la nascita dell’odio.
“È sempre così, i miserabili sfogano il loro rancore bullizzando altri miserabili, perché ribellarsi al potere porta conseguenze spiacevoli. Si dice spesso che l’amore è cieco. A mio parere è vero il contrario: l’amore non è affatto cieco, non è mai utilitaristico, segue sempre il cuore. È l’odio a essere cieco per davvero."
Il rancore raramente sale verso l’alto. Più spesso si rovescia di lato o verso il basso.
Chi è schiacciato cerca qualcuno da schiacciare a sua volta. Chi è umiliato umilia.
Non sempre, certo. Ma abbastanza spesso da farne una delle leggi non scritte di molti ambienti di lavoro. E in questo il libro è spietato, perché non romanticizza nessuno. Non idealizza i lavoratori. Non trasforma la sofferenza in purezza morale. Mostra piuttosto come certe strutture producano miseria, e come quella miseria finisca per contaminare i rapporti.
Credo che sia proprio questa la forza di Consegno pacchi a Pechino: non ci lascia con l’idea rassicurante che il male stia tutto “fuori” e che basterebbe cambiare contesto per salvarsi.
Certo, i contesti contano eccome. I diritti contano. Le tutele contano. Le condizioni materiali fanno tutta la differenza del mondo. Ma il libro mostra anche che il lavoro, quando è invadente, umiliante, totalizzante, non si limita a occupare il tempo: riscrive le persone.
Per questo, alla fine, non l’ho letto come un libro “sulla Cina”. O meglio: lo è anche, inevitabilmente, e leggerlo avendo vissuto a Pechino gli dà un peso specifico particolare.
Ma sarebbe riduttivo fermarsi lì. Io ci ho visto un libro sul lavoro come dispositivo identitario, come macchina di deformazione emotiva, come luogo in cui il carattere incontra il potere.
Un libro che parla di corrieri, sì, ma in fondo parla di chiunque abbia sentito almeno una volta che il proprio lavoro stava diventando una versione peggiore di sé.
Ed è questo che me lo ha reso così vicino. Il fatto che, sotto la superficie di un’esperienza lontana dalla mia, ci fossero pensieri che sentivo vicinissimi. La sensazione di essere intrappolati in dinamiche che si ripetono. L’idea che certi lavori possano farti perdere gentilezza. La paura di essere definiti da ciò che fai per sopravvivere. Il sospetto che, a volte, il problema non sia solo il posto in cui lavori, ma il modo in cui quel posto attiva le parti più vulnerabili del tuo carattere.
Consegno pacchi a Pechino è un libro duro, intelligentissimo, a tratti quasi crudele nella sua lucidità. Ma è proprio questa lucidità a renderlo prezioso. Ci pone una domanda che forse dovremmo farci tutti più spesso: che cosa sta facendo il nostro lavoro a noi, mentre noi siamo occupati a farlo?
E forse la cosa più inquietante è che la risposta, molto spesso, la conosciamo già.



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