Esplorando il dualismo e la violenza nel thriller psicologico Piercing di Ryu Murakami
- Elisa Lucchesi

- 22 mag
- Tempo di lettura: 4 min

Per anni, nella mia idea di narrativa giapponese, esisteva un solo nome: Haruki Murakami.
Era il mio punto di riferimento, il mio immaginario fatto di solitudini ovattate, realtà che si incrinano lentamente, malinconie sospese.
Poi, quasi per caso, ho scoperto Ryū Murakami. E con lui, un lato completamente diverso, più oscuro e disturbante, della stessa letteratura.
Piercing, edito Atmosphere e tradotto da Gianluca Coci, è stato il mio primo incontro con questo autore, e l’impatto è stato immediato: un thriller psicologico che scava senza pietà tra introspezione, violenza latente e trauma.
La premessa narrativa è tanto lineare quanto perturbante.
Kawashima Masayuki, giovane graphic designer di successo, conduce una vita apparentemente perfetta: una moglie amorevole, Yōko, una neonata, una casa elegante a Tokyo.
Tutto sembra incasellato in quell’immagine rassicurante di normalità borghese. Ma è proprio da questa superficie levigata che emerge la crepa.
Kawashima è ossessionato da un pensiero intrusivo e mostruoso: trafiggere la propria figlia con un punteruolo da ghiaccio. E Murakami lo butta lì con neutra freddezza, il fatto, nudo e crudele, è semplicemente questo: che un padre possa arrivare anche solo a contemplare un gesto tanto innaturale.
Eppure, proprio questa sobrietà rende la scena ancora più disturbante.
C’è un momento, all’inizio del romanzo, in cui Kawashima si trova davvero accanto alla culla, il punteruolo in mano. È una scena che mette il lettore di fronte a un abisso: “potrebbe farlo davvero?”: il fatto che la domanda sia legittima è già di per sé destabilizzante.
Da qui prende forma il piano: per non fare del male alla figlia, Kawashima decide di “deviare” l’impulso su qualcun altro. Una prostituta.
Non si tratta di eliminare il male, ma di reindirizzarlo. Non di guarire, ma di contenere.
Uno dei temi più forti di Piercing è quello del doppio. Kawashima non è semplicemente un uomo “malato”: è un uomo diviso. Da una parte il padre premuroso, il marito affettuoso, il professionista affermato. Dall’altra una voce interiore che sussurra, insiste, spinge verso la violenza.
“Ma qual era il suo vero io? Quello di adesso o quello di dieci anni prima? Lo sono entrambi…”
Non esiste una risposta rassicurante. Non esiste un “vero io” che possa essere separato dal resto.
Il bene e il male coesistono, e la differenza sta forse solo nella capacità di reprimere certe pulsioni.
Alcuni riescono a tenere sotto controllo i propri impulsi, altri no.
La domanda che il romanzo pone, implicitamente, è brutale: cosa succederebbe se smettessimo di reprimere?
Alla base della psiche disturbata di Kawashima c’è un trauma infantile.
La madre, mentalmente instabile, lo sottoponeva a violenze fisiche, costringendolo a confrontarsi con il dolore in modo diretto e ripetuto. Questo passato è il motore stesso della storia: il trauma non scompare, si trasforma.
“Perché è fondamentale per chi subisce una violenza e paga col proprio sangue rifletta sulla sofferenza fino all’ultimo soffio di vita.”
Questa idea è profondamente inquietante. Il dolore viene interiorizzato, metabolizzato in modo distorto, e finisce per riemergere sotto forma di impulso distruttivo.
In questo senso, il desiderio di Kawashima di usare il punteruolo assume un valore simbolico: è come se volesse “forare” una pustola, liberarsi da qualcosa di marcio e accumulato nel tempo.
Il problema, però, è che questa liberazione passa attraverso la violenza: farsi male e fare male diventano due facce della stessa medaglia.
Quando Kawashima incontra Chiaki, la prostituta che ha scelto come vittima, il romanzo cambia direzione. Quello che doveva essere un atto unilaterale di violenza si trasforma in un confronto tra due individui profondamente disturbati.
Chiaki non è una vittima passiva. È una figura complessa, imprevedibile, anch’essa segnata da un passato traumatico. Lavora in un ambiente sadomaso, ha una relazione ambigua con il dolore e il piacere, e sembra oscillare continuamente tra vulnerabilità e aggressività.
L’incontro tra Kawashima e Chiaki diventa così una sorta di duello psicologico.
Non è più chiaro chi sia il carnefice e chi la vittima: entrambi sono intrappolati in dinamiche autodistruttive, entrambi combattono contro i propri impulsi.
Qui emerge un altro elemento centrale: la dissociazione.
Murakami utilizza questo elemento per complicare ulteriormente la narrazione: non siamo mai completamente “presenti” con i personaggi, perché nemmeno loro lo sono.
Uno degli elementi più affascinanti del romanzo è il continuo oscillare tra controllo e perdita di controllo. Kawashima cerca di pianificare tutto nei minimi dettagli: il luogo, il momento, l’arma. Ma questa pianificazione è in realtà un tentativo disperato di contenere qualcosa che sfugge per definizione al controllo.
Allo stesso modo, Chiaki sembra avere un rapporto quasi “professionale” con la violenza, ma anche in lei emergono crepe, momenti di fragilità che mettono in discussione questa apparente padronanza.
Il risultato è un equilibrio instabile, una tensione costante che tiene il lettore in uno stato di allerta. Non sappiamo mai cosa succederà davvero, e soprattutto non sappiamo chi, tra i due, perderà il controllo per primo.
Durante la lettura, mi sono trovata più volte a provare una sensazione di disagio fisico. Non tanto per la presenza di scene esplicitamente violente, quanto per l’anticipazione della violenza.
C’è una tensione costante, un senso di “qualcosa sta per succedere” che non si risolve mai completamente. È come se il romanzo fosse costruito sull’orlo di un evento che potrebbe verificarsi da un momento all’altro.
Allo stesso tempo, però, ci sono momenti di profonda tristezza. Kawashima non è un “mostro” nel senso tradizionale: è una persona spezzata, intrappolata in dinamiche che non riesce a comprendere né a controllare. Lo stesso vale per Chiaki.
In questo senso, Piercing non è solo un thriller psicologico, ma anche una riflessione sulla sofferenza umana e sulla difficoltà di sfuggire al proprio passato.
Se c’è una “morale” in questo romanzo, non è esplicita.
Ma emerge una domanda insistente: è meglio cedere agli impulsi o reprimerli e soffrire?
Murakami non dà una risposta. Mostra le conseguenze di entrambe le strade, lasciando al lettore il compito di trarre le proprie conclusioni.
Forse la risposta sta proprio nell’impossibilità di scegliere. Forse il problema non è l’impulso in sé, ma il modo in cui lo si gestisce.
Ma anche questa è una semplificazione, e il romanzo sembra resistere a qualsiasi tentativo di riduzione.



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