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Gli Eccentrici: genealogia circolare e realismo magico

  • Immagine del redattore: Elisa Lucchesi
    Elisa Lucchesi
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 4 min

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Gli eccentrici, Taras Prokhasko - Utopia editore, 184 pp.

Gli Eccentrici di Taras Prokhasko (tradotto in italiano da Lorenzo Pompeo e pubblicato da Utopia editore) è uno di quei libri che mettono in crisi l’idea stessa di “romanzo”.

Costruisce la propria forza proprio dove di solito ci si appoggia di meno: non sull’intreccio, non sul ritmo narrativo, non sull’adesione emotiva ai personaggi, bensì su una qualità di voce e di visione.

È un testo che procede per frammenti, per episodi che non rispettano l’ordine cronologico e che sembrano emergere dal fondo come ricordi o sogni.

Ne risulta una lettura straniante, spesso magnetica, a tratti irritante: come se la pagina imitasse il funzionamento caotico della mente umana, con la sua capacità di saltare, ripetere, ossessionarsi, dimenticare e poi tornare.


C’è una storia, certo, ma è una spirale più che una linea: Franz e Anna, la figlia Stefania che dopo la morte della madre viene ribattezzata Anna, e poi altre due Anna, in un arco di oltre mezzo secolo attraversato da guerre e rivoluzioni.

Una genealogia che ritorna su sé stessa e che sembra dire: qui non interessa “che cosa accade”, interessa come le cose tornano, come si ripetono, come si deformano nel tempo, come un nome può diventare destino e il destino può diventare racconto.


Il cuore del romanzo è nei Carpazi, nelle piante, nei semi, nei fiori.

La natura è il sistema nervoso del testo. Le storie crescono come rampicanti, coprono, proteggono, rendono invisibile un luogo.

«Vivo come l’erba o il ginepro, per non essere da nessun’altra parte dopo che il seme germoglia e cresce; per aspettare che il mondo mi passi sopra; per vederlo non come sempre, dal basso verso l’alto, ma proiettato nel cielo, ingrandito e distorto quanto basta perché risulti più interessante»

Dentro questo paesaggio, Prokhasko costruisce una Mitteleuropa che è più una condizione mentale che una carta geografica: piccoli luoghi inventati dove confluiscono “tutti i plot del mondo”, dove possono convivere duelli d’alpinismo e teste mozzate, rivoluzioni, autobus che diventano bar itineranti sulle montagne, spie-ornitologi, falsari che producono copie non per truffare ma per aumentare la quantità di bellezza nel mondo, assassini rastafari, caffè con succo di pompelmo e gin. È un accumulo apparentemente caotico: è un modo di dire che le storie non sono proprietà privata, che circolano, si infettano a vicenda, si travasano da un immaginario all’altro. E soprattutto che le trame non sono qualcosa che “si inventa” da zero.


La regia di tutto questo viene attribuita agli Eccentrici: divinità terrene, creature “che sanno”, per nascita o per apprendimento, e proprio perché sanno possono arrecare beneficio o danno.

Sono loro a fare del mondo una narrazione.

L’idea è radicale: la narrazione non descrive la vita, la produce; il racconto è causa e la vita è effetto.


Ed eccoci al punto che va detto senza girarci attorno, perché altrimenti la recensione mente: Gli Eccentrici contiene elementi che, letti in superficie, sono respingenti. Pedofilia e incesto soprattutto. Non è un “trigger warning” messo per buona educazione: è il nodo che determina l’esperienza di lettura. Se si pretendono personaggi realistici e si applica una lettura morale lineare, il fastidio è garantito e non c’è niente di nobile nel forzarsi a continuare.

Qui però il libro sembra chiedere un’altra cosa: non trattare i personaggi come “umani” psicologicamente credibili, ma come figure simboliche, funzioni di un mito sulla ripetizione, sul possesso, sull’identità che si replica e si contamina.

Perché proprio così? Che cosa sta “dicendo” quel cortocircuito? Che idea del desiderio e del potere racconta? Che idea della genealogia come prigione e come incantesimo? Il romanzo non risponde in modo didascalico, e infatti non è un libro per tutti: costringe a scavare, a cercare un significato, a pensare, spesso senza la ricompensa immediata di “capire”.

«Sto male con le persone di cui non so», scriveva Anna, «se si sentono a proprio agio ora, se si sentono a proprio agio con me, se si sentono (e tu?) a proprio agio qui. È difficile con gente che non dice cosa le piace e cosa no».

In mezzo a miti e guerre e deformazioni, questa frase pianta un chiodo: la difficoltà primaria non è l’evento estremo, è l’opacità, l’impossibilità di leggere l’altro, l’assenza di un patto dichiarato.

E allora il romanzo si lascia vedere anche così: come una lunga meditazione su ciò che viene taciuto e su come il non detto diventi struttura.


Gli Eccentrici sembra rivolto a chi ama le strutture aperte, il realismo magico mitteleuropeo, i romanzi che funzionano come organismi; a chi può tollerare ambiguità e opacità senza viverle come un difetto; a chi accetta che un libro non sia un percorso guidato ma un territorio.

Non è invece consigliabile a chi cerca trama, identificazione, personaggi “credibili”, o a chi non vuole confrontarsi con scene e motivi che, se presi alla lettera, risultano intollerabili.


In definitiva, il punto non è “piace/non piace”.

Il punto è che Gli Eccentrici chiede un patto di lettura molto specifico: smettere di pretendere realismo, accettare il simbolo, leggere i personaggi come maschere e la storia come febbre.

Se quel patto regge, il libro diventa una riflessione potente su come le storie governano la vita, su come un luogo viene “messo sulla mappa” proprio perché qualcuno lo racconta, su come la lingua – intonazione, sintassi, ritmo – sia destino.

Se il patto non regge, resta solo lo scandalo superficiale. E il romanzo, con una crudeltà quasi onesta, non fa molto per addolcirlo: preferisce obbligare a pensare, anche quando pensare significa restare a disagio.

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