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Trainspotting: 4 motivi per cui ci piace (e sempre ci piacerà)

  • Immagine del redattore: Elisa Lucchesi
    Elisa Lucchesi
  • 9 lug 2025
  • Tempo di lettura: 7 min

trainspotting

Irruento, sboccato, volgare, crudo: Trainspotting non racconta una semplice storia di droga e degrado. Racconta vite sospese nell’Edimburgo tossica degli anni ’90, esistenze consumate tra eroina, sesso, pub, sogni falliti e famiglie assenti.

Renton, Sick Boy, Spud e Begbie sono anti-eroi di un inferno modernissimo, giovani in bilico tra il rifiuto delle regole borghesi e il richiamo dell’autodistruzione.

È un mondo che ruota attorno allo sballo: eroina, cocaina, alcol, barbiturici, un’intera galassia di stupefacenti che trascina ogni personaggio nella sua orbita tossica.

Con la droga arrivano gli abbracci tremanti del piacere, le suppliche umilianti al pusher per merce tagliata male, i tentativi falliti di disintossicazione, le ricadute, le morti premature. E poi c’è lo spettro dell’AIDS, che serpeggia implacabile come una maledizione collettiva.


Ma perché ci piace?


LA TRAMA


Ci affascinano gli ambienti malati, disturbati. Lo sconosciuto, lo sporco, lo sballo.

Ci seduce l’idea di guardare da vicino vite sbagliate, spezzate, ma senza pagarne il prezzo. Perché, in fondo, non è successo a noi.

Ma se quella volta, a quella festa, sotto l’effetto di quella persona, ci fossimo lasciati andare?

Se avessimo detto sì invece di no? Cosa sarebbe potuto succedere?

Ci intrigano le vite distrutte, ma solo perché ne siamo usciti indenni.


Welsh non giudica, piuttosto restituisce umanità agli emarginati, agli “ultimi della fila”.

Non li tratta come scarti della società, ma come persone reali, con contraddizioni, paure e scelte sbagliate. E in questo, riesce a smuovere una parte di noi.


AMBIENTAZIONE


Sport e musica

Welsh costruisce un mondo coerente e riconoscibile, fortemente ancorato alla cultura giovanile scozzese tra anni ’80 e ’90. La musica, il calcio, le canzoni popolari, la cultura working-class non sono solo comparse narrative, ma parte integrante dell’identità dei personaggi.

“Una canzone che suonava sul giradischi gli trapanò il cervello, facendolo sentire ancora peggio. I loved a lassie, a bonnie, bonnie lassie,I loved her so well…— È grande Harry Lauder, almeno l’ultimo dell’anno, non per dire — fece Dawsie, calando un altro sorso dalla pinta.”

Il calcio è un altro pilastro identitario, usato come collante sociale e culturale.

“Parlavamo di cavalli e degli Hibs, della vecchia squadra degli anni cinquanta [...] mi feci presto una cultura su tutti e due gli argomenti.”

Anche quando l’organismo dei personaggi è devastato dalla droga, la testa è ancora piena di formazioni calcistiche, statistiche, canzoni: è il rifugio mentale di chi non ha più nulla da progettare.


Comparse: l'efficacia dell’universo secondario

Il mondo di Trainspotting è affollato di personaggi minori che lasciano il segno. Anche chi compare per poche righe ha un tono, un volto, una voce precisa. Welsh riesce a evitare il rischio del macchiettismo: ogni comparsa è autentica, riconoscibile, funzionale all'atmosfera complessiva.

“Mi siedo sul divano vicino a una mignotta con una gamba rotta. Sotto ha una calza nera di nylon, e tiene la gamba ingessata appoggiata al tavolino, vicino alla teiera e ai biscotti. Si fa uscire però una orribile risata da ciuco, quando uno dei tizi racconta una barzelletta. Ha dei denti gialli che sembrano zanne, e i suoi occhi grigi brillano.”

Oppure Jocky, l’amico con la faccia a uovo:

Jocky ha una faccia a forma di uovo schiacciato. E dei capelli neri e folti, con qualche tocco di grigio. Ha su una camicia azzurra a maniche corte e gli si vedono i tatuaggi. Su un braccio c’è scritto: ’Jocky & Elaine - L’amore eterno non tramonta mai’ e sull’altro ’Scozia’, con un leone rampante. Invece purtroppo l’amore eterno se ne è andato affanculo, e Elaine se l’è squagliata da un secolo.

Questi personaggi non servono solo a riempire spazi: incarnano mondi, ferite, ironie tragiche. Contribuiscono a quella sensazione di universo narrativo vivo e coerente che è una delle forze del libro.


La minaccia dell’HIV

L’HIV è una presenza strisciante e ineluttabile nel romanzo. Non è un tema a sé, ma parte integrante del paesaggio emotivo e fisico in cui si muovono i personaggi: come la droga, come la morte, come la colpa. Ci sono drogati che muoiono, che si ammalano. Ma c'è anche chi drogato non lo è mai stato, e il virus se lo prende lo stesso.

Nessuna punizione morale, nessun nesso diretto. Il destino gioca a una roulette russa, e non è detto che lo sparo se lo becchino solo i colpevoli.

«Ti avevo detto di essermi preso il virus perché mi bucavo. Beh, non è vero, ti ho detto una palla. Te ne ho dette un sacco di palle, su tante cose. [...] Me lo sono preso da una ragazza con cui uscivo, il virus. Lei non lo sapeva, di essere sieropositiva. L’aveva contagiata un pezzo di merda che aveva incontrato una sera in un pub. [...] Lui se l’è portata a casa. E poi l’ha violentata, quello stronzo.

LA LINGUA


Il tratto più riconoscibile di Trainspotting è forse proprio la lingua. Welsh non scrive in inglese standard: sceglie un dialetto scozzese, sporco, idiomatico, vivo, traducendo sulla pagina il parlato più realistico dei suoi personaggi.


Nell’edizione italiana, la traduzione di Giuliana Zeuli è un miracolo di equilibrio: non cerca di "pulire" il testo, ma lo ricrea in un registro credibile e coerente, che restituisce sia la violenza che l’umorismo di fondo. La lingua non è solo uno stile: è una scelta politica e narrativa.

Ogni personaggio ha un idioletto, un modo proprio di parlare: Spud è ripetitivo, insicuro (“non per dire…”), Begbie è violento e reazionario, Renton è colto ma sfrontato. La lingua è uno strumento per distinguerli e farli vivere sulla pagina.


CARATTERIZZAZIONE DEI PERSONAGGI


Renton

Renton è l’intelligenza sprecata, il narratore più frequente, il personaggio più stratificato.

È cosciente del proprio fallimento, e proprio per questo risulta dolorosamente credibile.

Ha uno sguardo cinico, disincantato.

Renton è colto, legge, riflette, ma resta intrappolato. È la personificazione del potenziale inespresso, l’anello che potrebbe spezzare il ciclo ma che continua a ricaderci.

«Quando ti buchi che te ne frega, hai solo il problema di trovare la roba. Ma se togli di mezzo l’ero devi pensare a un sacco di cose. Senza soldi non ti puoi sbronzare. Coi soldi in tasca bevi troppo. Se non ti trovi una ragazza, di scopare non se ne parla. Se ce l’hai, la ragazza, ti rompe il cazzo, non ti lascia più fiatare. O magari la mandi affanculo e poi ti senti in colpa. Devi pensare alle bollette da pagare, a mangiare, allo sfratto, a quei Jambo schifosi che ce lo mettono sempre in culo, quei nazisti, a un sacco di cazzate di cui veramente non te ne frega un cazzo, quando ti buchi sul serio. Quando ti buchi, ti devi preoccupare di una cosa soltanto. È semplicissimo.»

È ambiguo e contraddittorio in tutto e per tutto:

«Vegetariano del cazzo. [...] Un tossico del cazzo che si preoccupa di quello che si schiaffa in corpo! Cazzo, è roba da ridere![...] Non mi venire a dire che non ti piace ammazzarli, gli animali del cazzo. Te li sei scordati, coglione, tutti quei cani e gatti del cazzo che ci siamo fatti col fucile a piombini»
«Non me ne frega un cazzo di ammazzare gli animali. È solo che non mi piace mangiarli» dice Renton con una scrollata di spalle.

Begbie

Begbie è l’incarnazione della mascolinità tossica. Violento, reazionario, narcisista, è temuto anche dagli amici. La sua funzione narrativa è quella di rappresentare l’altro tipo di dipendenza: quella dalla violenza.

Il problema con Begbie era che... beh, cazzo, ce ne sono talmente tanti di problemi, con Begbie. Quello che più mi dava fastidio era il fatto che se uscivi con lui non ti potevi mai rilassare, soprattutto se aveva bevuto. Seguitavo a pensare che non ci voleva un cazzo, per passare da amico del cuore a vittima, secondo come gli giravano le palle. Il trucco era quello di farlo sempre contento, quel malato di mente, senza far troppo la figura del leccaculo.

Il gruppo l’ha reso così, come confessa lo stesso Renton:

Su Begbie era nata tutta una mitologia speciale [...] Eravamo stati noi a farlo diventare quello che era diventato.

Anche lui ha una voce precisa ed è la più volgare, grezza e violenta di tutte:

Quel rompicazzo si mette a leggere un cazzo di libro; bel modo di fare, quel coglione, poi lui e una delle mignotte canadesi, a quanto pare anche lei è una che ha studiato, si mettono a parlare di tutti i libri del cazzo che hanno letto. [...] A far le cose a modo mio, cazzo, uno li dovrebbe mettere tutti insieme, ’sti libri del cazzo, farci un bel mucchio e accendere un gran fuoco del cazzo. A chi cazzo servono i libri? Solamente ai coglioni troppo furbi che devono far sapere a tutti che loro l’hanno letta, quella merda del cazzo.

Spud

Spud è l’innocente, il tenero, il tragico. È il personaggio più vulnerabile, quello che ispira affetto sincero. Vive fuori sincrono con il mondo. Il suo linguaggio è goffo, semplice, ripetitivo, ma lo rende riconoscibile:

A che serve ragionare con certi gatti? Tu dici ’ragione’ e quello ti miagola ’coglione’. Che roba, eh?
[...] Non per dire, ma a ’sto gattone gli si rizza tutto il pelo sulla schiena. Non è un felino che si accontenta di starsene arrotolato nel suo cestino a fare le fusa, Beggar Boy...

È il personaggio che più di tutti rappresenta l’assurdità del sistema: non è cattivo, non è crudele, ma finisce comunque stritolato.

Io sono incazzato nero, ragazzi, ma ce l’ho con Na Na, capito? [...] È che certa gente capisce solo l’odio, l’odio, l’odio e basta, e che cazzo ce ne facciamo poi, eh, non per dire, ragazzi. Che cazzo ce ne facciamo?

Kelly

Kelly è una delle poche voci femminili, e il suo punto di vista è essenziale per rompere l’egemonia maschile del racconto. La sua breve apparizione è carica di senso: Welsh mostra, senza moralismi, quanto anche le donne vengano ridotte a oggetti, sia nella vita quotidiana che nei desideri interiorizzati.

Dietro al banco si sente prigioniera, come un animale in gabbia, [...] tutte uguali, a bocca spalancata, che se la godono. Chi ne fa le spese è anche stavolta la donna.

Trainspotting non è un romanzo sulla droga, ma sul vuoto, sull’identità frantumata, sull’incapacità, o il rifiuto, di cambiare. Funziona perché non compiace, non spiega, non assolve. Mostra, e basta. Ci costringe a guardare, a sentire, a sporcarci.

Welsh non giudica mai i suoi personaggi. Li espone. Ed è proprio da questa brutalità che nasce un’empatia sorprendente: un’umanità lurida, contraddittoria, ma autentica.

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