Autofagia, Alaíde Ventura Medina: recensione di un romanzo viscerale su fame, corpo e autodistruzione
- Elisa Lucchesi

- 4 ore fa
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Autofagia di Alaíde Ventura Medina è uno di quei romanzi brevi che però restano addosso con la pesantezza di qualcosa di molto più grande.
Non tanto per ciò che racconta in superficie, quanto per il modo in cui lo racconta: attraverso un corpo che si svuota, una mente che si sfalda, un’attesa che smette di essere semplice attesa e diventa uno stato totale dell’essere.
È un libro che parla di fame, ma la fame qui non coincide mai solo con il bisogno di mangiare. È fame di amore, di riconoscimento, di scomparsa, di controllo. È desiderio di essere visti e insieme di cancellarsi. È bisogno di riempire un vuoto e, nello stesso momento, volontà di approfondirlo fino a farne una casa.

Autofagia:
1. ZOOL. Il nutrirsi di qualche parte del proprio corpo da parte di animali sottoposti a lungo digiuno.
2. PSIC. Manifestazione psicotica per cui una persona morde sé stessa.
3. MED. Il consumo dei materiali di riserva da parte dell’organismo che si verifica nel digiuno prolungato.”
È una definizione clinica, apparentemente distante, ma nel romanzo si trasforma in qualcosa di viscerale e simbolico insieme. Non è solo il corpo che consuma se stesso quando viene privato del nutrimento: è anche una persona che, nel tentativo di sopravvivere al dolore, finisce per divorarsi dall’interno.
E infatti tutto il libro ruota attorno a questa immagine: il corpo come luogo in cui si depositano trauma, desiderio, paura, memoria, vergogna. Il corpo non è mai un semplice involucro, ma il punto esatto in cui l’anima si fa carne e la sofferenza diventa materia.
La trama, in sé, è essenziale. Una donna rientra a casa e scopre che la compagna, Ana, è scomparsa. Non sa dove sia, non sa se tornerà, non sa se l’abbandono sia definitivo o soltanto momentaneo. Invece di reagire, resta lì. Aspetta. Nei giorni che seguono beve acqua compulsivamente, smette di mangiare, si immobilizza dentro la casa e dentro sé stessa.
Il tempo si sfilaccia. Ogni gesto si riduce all’osso. La fame cresce, ma non è più soltanto una sensazione fisica: diventa il nuovo modo di misurare il tempo, di pensare, di sentire.
Attorno all’assenza di Ana si addensano altre presenze: i ricordi dell’infanzia, la voce della madre, quella della nonna, conversazioni interrotte, ferite mai richiuse. Il presente si incrina e si confonde con il passato.
La casa si trasforma in uno spazio quasi allucinato, un labirinto in cui memoria, desiderio e delirio convivono senza più confini netti.
La scomparsa di Ana è il centro da cui tutto si dirama, ma il romanzo non parla solo di un’assenza amorosa: parla di tutto ciò che quell’assenza riattiva, del vuoto più antico che contiene e rende di nuovo insostenibile.
Quello che colpisce subito è il modo in cui il libro lega il cibo all’affetto.
In Autofagia il cibo è amore e ossessione, cura e annientamento.
Nutrirsi dovrebbe essere un gesto elementare di sopravvivenza, ma qui si carica di colpa, desiderio, paura. Il cibo attrae e respinge. Seduce e terrorizza.
È una presenza costante anche quando manca, anzi soprattutto quando manca. La protagonista ci pensa sempre, lo teme, lo scaccia, ne è attratta in modo quasi delirante.
Il cibo diventa una forma di invasione: entra nel corpo, vi si deposita, lo modifica.
E quel cambiamento, invece di essere accolto come naturale, viene percepito come deformazione, come qualcosa di ripugnante. Il corpo ingrassa, pesa, occupa spazio, e perciò diventa insopportabile.
Qui emerge con forza uno dei nuclei più dolorosi del romanzo: il rapporto tra corpo e valore. Il corpo della protagonista è un corpo maltrattato, continuamente osservato, misurato, corretto, punito. Cerca amore, ma finisce per trovarlo solo nell’ossessione e nella privazione.
Il nutrimento non è mai semplice cura: troppo spesso coincide con dipendenza, catena, perdita di controllo. La magrezza, al contrario, si carica di un significato quasi salvifico. È leggerezza, libertà, accettazione da parte degli altri, autoaccettazione. Essere più magra significa essere più degna, più sopportabile, più amabile.
È una logica feroce. La protagonista è schiava del proprio corpo perché è schiava dell’idea che quel corpo determini il suo diritto a essere amata.
E allora il passato che la insegue si salda al peso fisico: liberarsi del passato diventa, nella sua mente, liberarsi del peso, del grasso, del corpo stesso. Come se sparire un po’ potesse finalmente proteggerla.
Il legame con Ana si inserisce esattamente dentro questa dinamica. Non è una relazione semplicemente tormentata: è un rapporto costruito sul vuoto, sul consumo reciproco, sulla fame. L’amore non appare mai come rifugio, ma come un luogo di esasperazione.
C’è attrazione, dipendenza, bisogno, ma tutto passa attraverso una modalità tossica, alienante, quasi animale.
Lei e Ana sembrano davvero due bestie affamate, nevrotiche, suscettibili, incapaci di nutrirsi davvero l’una dell’altra. Si cercano e si feriscono. Si desiderano e si svuotano.
In questo senso il romanzo è molto lucido nel mostrare come certi rapporti possano nascere e reggersi non su una pienezza condivisa, ma su una mancanza reciproca.
Non ci si ama perché si ha qualcosa da dare, ma perché si riconosce nell’altro lo stesso baratro. Ed è un riconoscimento pericoloso, perché invece di guarire finisce per intensificare la ferita.
“Ana diceva che il corpo si mangia da solo per autoregolarsi, bruciando tutto quello che è di troppo”.
Dentro questa frase c’è una visione del corpo terribile e chiarissima. L’idea che il corpo possa eliminare da sé tutto ciò che eccede, tutto ciò che pesa, tutto ciò che è in più, assume subito una dimensione che va oltre il biologico. Cosa è “di troppo”? Il grasso, certo, ma anche il bisogno, il desiderio, la vulnerabilità, il dolore, persino la memoria.
Il libro mostra bene come questa idea di autoregolazione possa trasformarsi in un progetto di autodistruzione.
Il corpo si automangia non per guarire, ma per ridursi, per annullarsi, per sparire. È un processo di annichilimento della persona intera, dell’anima e della carne portate allo stremo. L’autofagia non cura: cancella.
Ed è qui che i tuoi pensieri trovano davvero il loro centro: il corpo mangia se stesso, perché la mente divora la carne.
In Autofagia non c’è mai una separazione netta tra psiche e fisico.
La mente ferita produce conseguenze corporee, ma anche il corpo affamato altera la percezione, confonde i tempi, deforma la memoria.
“La fame confonde i tempi. Passato e futuro si sovrappongono”
Quando si smette di nutrirsi, il tempo non scorre più in modo lineare. L’attesa non procede: ristagna. Il passato torna a galla come una presenza viva, quasi più concreta del presente. Il futuro si svuota. Resta solo un adesso malato, ripetitivo, scandito dall’ossessione della fame. Il tempo scorre vuoto, appunto, e la protagonista sembra autoalimentarsi con la sua stessa fame, come se fosse quello l’unico contenuto rimasto.
Questo è uno degli aspetti più riusciti del libro: la capacità di far sentire la fame come struttura narrativa, non solo come tema. La fame detta il ritmo del racconto, ne altera la percezione, produce una specie di vertigine continua. Non si tratta soltanto di leggere di qualcuno che non mangia: si entra in una mente in cui tutto viene filtrato dalla deprivazione, dal desiderio e dal rifiuto.
Il corpo diventa specchio dell’anima, e se l’anima è corrotta, malata, dilaniata, anche il corpo ne porta i segni.
È un romanzo di relazioni complicate, sì, ma soprattutto è un romanzo che lega quelle relazioni a una delle sensazioni più primitive che esistano: la fame.
La scrittura sembra dilatarsi, avvolgersi su sé stessa, tornare più volte sugli stessi nuclei, ma lo fa perché sta mettendo in scena un’esperienza mentale che non procede mai in linea retta.
C’è anche una dimensione molto chiara di protezione distorta. La protagonista sembra abituarsi a rifiutare tutto così da non aver più bisogno di niente. È un meccanismo che il libro mostra benissimo: la rinuncia come autodifesa, la privazione come autoconservazione.
Se non desidero, non soffro. Se non mangio, non dipendo. Se non chiedo, non posso essere delusa. È una logica tragica ma coerente, e il romanzo la porta fino alle sue estreme conseguenze. Il problema è che questo tentativo di proteggersi coincide con una lenta sparizione. La salvezza assume la forma dell’annullamento. La sopravvivenza diventa indistinguibile dalla distruzione.
Per questo Autofagia è un romanzo sull’annichilimento. Non solo del corpo, ma della persona intera. Della sua capacità di desiderare, di stare nel presente, di abitare il mondo senza vergogna. Il digiuno, l’acqua, la fame, l’attesa, la memoria: tutto converge verso una riduzione progressiva dell’io.
Autofagia non è un libro comodo né facilmente consigliabile a chiunque. Non perché sia oscuro, ma perché è radicale. Chiede attenzione, disponibilità a restare in un disagio che non si risolve, capacità di accettare una scrittura che non consola. Però è anche un romanzo di grande precisione e di grande intensità, capace di trasformare la fame in linguaggio, il corpo in testo, l’assenza in una presenza totalizzante.
E soprattutto è un libro che comprende fino in fondo una verità terribile: che a volte il desiderio di essere amati si intreccia al desiderio di scomparire, e che il confine tra cura e violenza, nutrimento e annientamento, può diventare sottilissimo. Per questo resta. Perché più che raccontare la distruzione, la fa sentire.
“ E se magari tutto quell’affetto sbagliato, quell’amarsi con il machete in mano, facendosi strada nella selva, morsi anziché baci, lesioni, insulti, non fosse stato altro che il risultato della vertigine provocata dal vuoto, da tutta quella fame, da tutta quella cazzo di fame, da tutta quella sete, e da quella tremenda inesauribile mancanza di tutto”



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